Massimo Marino / INQUIETE INTERROGAZIONI AL CORPO
www.teatrotanto.com
Anno V - n.6 - 13 febbraio 2004
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INQUIETE INTERROGAZIONI AL CORPO

In Dies Irae è mirabilmente fusa una riflessione su varie tradizioni con l’ansia di trovare strade non occasionali, necessarie, radicali per un’espressività del ventunesimo secolo. E proprio intorno a questo tema si addensa il nodo drammatico del nuovo spettacolo del grotowskiano Workcenter di Pontedera. In scena fino al 15 febbraio al Teatro di Via Manzoni

di MASSIMO MARINO

Pontedera (PI) - Un tavolaccio con due panche coperto da un panno bianco è al centro dello spazio scenico in una luce incerta. Alcune basse gradinate lo abbracciano, lasciando aperti solo due varchi. Attori con le pile fanno prendere posto per uno spettacolo che ha già all’inizio l’aria del rituale, di un convito dove sarà offerto un cibo particolare, un esperimento su un essere umano, su una donna che proverà a incarnare per noi, sacerdotessa e vittima nostra sostituta, forze superiori e oscure. Entità che la trasformeranno in mille modi, in una persona molteplice, in maschere, atteggiamenti, ricordi, sensazioni, voci, personalità, rivelando la natura tutta teatrale dell’esperimento.
Ma qui il termine “teatrale” non rimanda a un universo stabilizzato una volta per tutte. Stiamo assistendo all’ultima sperimentazione di quella scuola in ricerca continua che è il Workcenter di Pontedera, fondato da Jerzy Grotowski nel 1986. Il grande regista polacco si era fermato nella cittadina toscana dopo un lungo cammino che lo aveva portato dal “teatro povero” e dall’indagine delle capacità creative dell’attore fino ai limiti estremi del teatro. Dopo grandi spettacoli come Il principe costante e Apocalypsis cum figuris, aveva iniziato una migrazione attraverso molti paesi e ipotesi, alla ricerca di un “parateatro” e poi di un “teatro delle fonti” in situazioni di immersione totale, dove si esplorava una comunicazione intensa, non quotidiana, transculturale, capace di acuire i sensi innescando libere situazioni creative. Il cammino successivo è una maggiore concentrazione sul performer come professionista, meglio come ricercatore radicale. E a questo punto parte il Workcenter, un laboratorio che sperimenta “l’arte come veicolo”.
L’attenzione non è più rivolta al montaggio di materiali per risvegliare lo spettatore, ma ad azioni dell’“attuante”, che deve cercare le fonti della propria energia, quei flussi che attraverso il corpo possono portarlo in basso e verso l’alto, analizzando antiche tradizioni, lavorando per sé e su di sé. In questo viaggio verso qualcosa che non si conosce ancora, oltre i limiti della rappresentazione, a Grotowski si era associato, già prima di arrivare a Pontedera, un giovane assistente americano, Thomas Richards. A questi affida, negli ultimi anni di vita, il compito di proseguire la sperimentazione.
E Richards, insieme a Mario Biagini, un italiano approdato al Workcenter fin dai primi tempi, ad altri compagni di viaggio antichi e a giovani adepti, fra grandi difficoltà ha raccolto la sfida del maestro, morto nel 1999. E ha continuato senza adagiarsi sulla strada già tracciata. Il progetto del Workcenter per il triennio 2003-2006, Tracing roads across, fissa nuove mete, in un percorso finanziato dalla Comunità Europea, sostenuto da vari partner, fra i quali la Fondazione Pontedera Teatro e Theater des Augenblicks di Vienna: in esso continua il lavoro sulle “actions”, sull’arte come veicolo, con nuove sperimentazioni, attraverso diversi paesi europei, con laboratori, simposi, sessioni di studio e di presentazione (i materiali prodotti sono consultabili sul sito www.tracingroadacross.net). E parallelamente prosegue il progetto The Bridge, un ponte per verificare le relazioni fra la ricerca del performer su di sé e la rappresentazione teatrale.
Della prima prova in quest’ultima direzione, One breath left, avevamo già riferito su Tuttoteatro (anno II, n. 23 del 9/6/2001). Ora a Pontedera è andato in scena Dies Irae, con la regia di Biagini e Richards, ulteriore episodio di questa ricerca, allestito in lunghi mesi di lavoro da una compagnia come sempre multinazionale, presentato per la prima volta a Istanbul in una chiesa abbandonata del VI secolo, non lontano da Santa Sofia.
Lo spettacolo si basa, come le “actions”, sui canti rituali. Qui, però, non si tratta di canti vibratori extraeuropei: il tessuto sonoro è la melopea liturgica della tradizione occidentale, con effetti che richiamano, come quel tavolaccio circondato da spettatori, alcune opere dei primi anni polacchi di Grotowski. La tradizione è l’origine: ma le domande e i tentativi (molto riusciti) di risposta sono il frutto di un’interrogazione inquieta, costante, degli attori ai loro corpi e del continuo lavoro quotidiano su di sé.
In Dies Irae è mirabilmente fusa una riflessione su varie tradizioni (quelle che portiamo stratificate dentro e quelle della ricerca teatrale del Novecento) con l’ansia di trovare strade non occasionali, necessarie, radicali per un’espressività del ventunesimo secolo. E proprio intorno al tema dell’espressione si addensa il nodo drammatico dello spettacolo.
La storia, perché una storia c’è, è quella di un corpo sottoposto a esperimenti. Il corpo dell’attore, come metafora di qualcos’altro, di quello di ognuno di noi, sospeso nella necessità di rappresentare e di trovare se stesso, di incarnare rituali sociali, di appartenenza, e di coltivare l’individualità e perfino la solitudine, istanze che non permettono di indossare ruoli esterni se non per frammenti, lasciandoci spesso inadeguati, infelici. La materia verbale è tratta in gran parte dai Diari di Kakfa e recitata, con effetto straniante, in inglese (ma vasto era il pubblico straniero, con ragazzi venuti dalla Spagna col sacco a pelo, gruppi di inglesi, tedeschi, austriaci e perfino qualche americano volato apposta in questa cittadina toscana).
Una ragazza cinese, Gey Pin Ang, viene addobbata di rosso per l’esperimento, qualcosa di pericoloso, segnato in un libro altrettanto scarlatto, che dà l’impressione di poter dissigillare le porte dell’Apocalissi. Lo sviluppo è una continua, mutevole, mirabile tensione fra la vittima, cavia, sacerdotessa, colei attraverso cui qualcosa risulterà evidente, e l’officiante (Mario Biagini), assistito da un coro pronto a frantumarsi nei suoi componenti, a disseminarsi in conflitti o figure mostruose, composite, intrecciate, che incarnano incubi dell’anima (ne fanno parte Souphiène Amiar, Cucile Berthe, Elisa Poggelli, Johanna Porkola, Pei Hwee Tan, Francesc Torrent Gironella, Jørn Riegels Wimpel).
Una sorella assiste e contrasta l’eroina; dal coro emergono una donna giovane e autoritaria con il bastone, un’altra possibile vittima e ogni genere di figurazioni, dolcezze, regressioni, violenze, scatti nervosi, in una fiaba meticcia, che vive sfumando da un’immagine all’altra, ognuna corposa, carnale, vera, fra i vagiti della nascita e i rantoli dell’agonia. Ogni situazione è composta a tutto tondo e subito trasformata in un’altra, in un altro esperimento, con la mutevolezza dei sogni, dei contrasti più profondi che ci agitano quando cerchiamo di portare all’apparenza l’essere. La declamazione del testo, risolini, canti con voce profonda o esplorando ogni altro risonatore, rendono ancora più mutevoli le immagini, mentre lo spazio si trasforma in una navata di chiesa, in un teatrino delle ombre, in un cimitero, in un sacello, in un universo sconvolto, in un luogo mentale.
L’esperimento, dopo aver percorso possibilità, aborti, desideri di vita, si chiude con la morte. Ma anche questa fine sarà apparente: la verità unica è il teatro, non come esibizione e neppure come fede, ma come conflitto per portare alla luce verità fuggevoli. Il teatro viene esaltato in quanto ricerca continua di quello che siamo, fra i rituali che ci costringono e la nostra continuamente tentata personalità. E fra passaggi che mettono in questione la nostra consistenza e la realtà, in questo bello spettacolo, siamo ancorati solo a musiche, suoni profondi come un canto sulla fine del mondo, a rumori leggeri di vento che agita i corpi come canne. Al sibilo di una freccia che colpisce chi la dardeggia.
In scena fino a domenica 15 febbraio, al Teatro di Via Manzoni di Pontedera. Lo spettacolo si potrà vedere ancora in Italia a maggio, nel corso del festival “Fabbrica Europa” di Firenze.