Gioia Costa / Scene: IL WORKCENTER OF JERZY GROTOWSKI AND THOMAS RICHARDS
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Scene
SCENE: IL WORKCENTER OF JERZY GROTOWSKI AND THOMAS RICHARDS

Da dieci anni, in maggio Firenze ospita il festival Fabbrica Europa. Fra gli spettacoli c'è un appuntamento che accompagna la memoria di alcuni spettatori, proposto ora in forma di film: si tratta di A film documentation of Action, che i membri del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, continuano a studiare e elaborare.

A Pontedera a volte si può assistere al lavoro del gruppo - o, secondo il linguaggio di Grotowski, esserne "testimoni". Gli invitati sono un numero esiguo, accolti attorno a un tavolo con parole che hanno la funzione di preparare a un rito laico. "Il teatro è l'unica arte che possiede il privilegio della 'ritualità'", scriveva Grotowski a proposito di Farsa-Misterium, e distingueva il rituale religioso - magico- da quello teatrale- legato al gioco. Beninteso, si tratta un gioco "necessario", che si interroga
incessantemente sulla ragione ultima, la motivazione fondante di ogni azione. Che possiede quindi un forte legame con la magia ma che al contempo chiede di essere profanato per rinascere ed essere oltre il teatrale e oltre il religioso, di essere umano.

Osservando il film e vedendo Action dal vivo a distanza di due giorni emergono alcuni rapporti segreti: fra i gesti, fra gli attori e con il pubblico. Ciò che la visione fissa in una dimensione il film la apre in un'altra. E il filo conduttore, tessuto dalle voci, dai canti e dalle vibrazioni prodotte dai corpi, si separa dalla creazione di figure della visione dal vivo. Emerge allora in tutta la sua potenza il ritmo, e appare chiaramente quanto questo sia centrale e tenti di cogliere l'archetipo, inteso come "forma simbolica di conoscenza dell'uomo su se stesso". Le immagini generate dai corpi, ma anche le emissioni della voce sono richiami a modelli culturali, e delineano una architettura sonora animata dal movimento umano: i canti afrocaraibici, arrivati poi in America, sono quelli degli schiavi. Modulano i corpi e le posture, spezzano il gesto, ma soprattutto dimenticano la tecnica, ritrovando il
modo del canto che, dopo anni di esercizi, si è rivelato essere solo uno.

Il Workcenter si è formato all'interno della ricerca di Grotowski, cui la Fondazione Pontedera Teatro ha dato una casa e i mezzi di fiorire e svilupparsi. Il gruppo lavora insieme da anni, accogliendo attori per lunghi o brevi periodi e, di tanto in tanto, osservatori. Da quando Grotowski non c'è più, ma in realtà questo era cominciato già prima, è Thomas Richards a guidare il corso della ricerca. È interessante pensare quanto la pratica creativa di alcuni artisti si cristallizzi verso la fine in un medesimo processo, che potremmo definire di sottrazione. Imparare disimparando, "togliere di scena", condurre allo spaesamento del senso, dire sempre meno. Beckett nella scrittura, Malevic o Bram van Velde sulla tela, Grotowski nella ossessione del termine esatto e nella non necessità di
avere un pubblico.

La creazione è, come lui stesso la definiva, una via negativa, che conduce a vedere. E il teatro non ha più bisogno di storia, di scena, nemmeno di musica. La povertà di cui parlava Grotowski diventa allora ricchezza di suggestione, costanza di domanda, ricerca. Nella quale tutte le arti, misteriosamente, si incontrano. Nel vuoto che l'atto creativo disvela.

Gioia Costa

Roma, 19 maggio 2003

http://www.romaeuropa.net/romaeuropamese/romaeuropanews/2003scene/scene3.htm (2 di 2) [22/12/2003 19.40.31]

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